Il pensiero occidentale dà importanza alla persona, cioè ad un "Io" individuale stimato permanente e chiamato ad una vita eterna. Il pensiero Buddista, al contrario, nega la realtà di questo Io in quanto realtà autonoma, e lo considera solo, in verità un insieme di forze psichice tenute insieme dal potere coesivo della coscienza. Di conseguenza l'Io o l'anima, per i buddisti, è semplicemente un aggregato di potenze psichiche che si ordinano intorno ad una coscienza giunta ad un certo livello, e che cerca di esprimersi nell'esperienza vissuta.
L'aggregato dell'Io è più precisamente un insieme di cinque potenze che agiscono tutte le une sulle altre per finalmente modificarlo, o se si preferisce, far crescere la coscienza che si è imbarcata nell'esperienza vissuta. L'interdipendenza tra queste potenze è tale che se una di esse si purifica, l'insieme dell'Io, (l'insieme dell'aggregato), si purifica, si affina ed si alleggerisce tanto; parimenti, più un componente "si inquinerà", più l'Io s'appesantirà e diventerò grossolano. In definitiva, l'Occidente dirà che L'anima vive facendo agire i suoi cinque poteri, mentre l'Oriente parlerà piuttosto di una Coscienza che si sperimenta mediante le sue cinque facoltà per conoscersi e crescere, cioè universalizzarsi sempre di più.
Quali sono i cinque componenti dell'Io?
- L'immersione nell'esistenza comincia da una Coscienza rimasta su un certo livello e che cerca di prendere coscienza dei suoi contenuti inconsci, per arricchirsi. Per questo, questa coscienza abbracierà un "vissuto" particolare che si potrebbe chiamare "destino."
- Ma per gettarci in questa esperienza vissuta, c'occorrerà scendere nell' "indefinito" dell'incoscienza e dargli una forma molto definita, su tutti i piani, forma corporale, événemenziale, inventiva, mistica, ecc...
- Tuttavia, se diamo una forma ai nostri contenuti inconsci non si può vantarsi di conoscerli. Allora interverrà il terzo potere, quello dell'analisi e della Discriminazione.
Per esempio: il bimbo che nascendo ha preso forma, ha oramai un'impressione mista di benessere = mamma, fame, biberon. Ma grazie al potere discriminativo del suo spirito, sarà presto in grado di afferrare che Mamma e Biberon sono altro che lui stsso,e che c'è tuttavia una relazione tra la cessazione della sensazione di fame ed il biberon, eccetera.... creerà poco a poco il suo mondo grazie a questo potere di analisi e di discriminazione.
- Ma l'analisi e la discriminazione hanno diviso la forma originaria semplice ed Una in una miriade di componenti che, alla loro volta, si suddividono indefinitamente. Il bambino sa adesso differenziare tra mani , piedi, mamma, collera, appagamento, eccetera...
L'unità della partenza si è moltiplicata all'infinito, e se non si vuole affondare nel caos di questa molteplicità, occorre ad ogni costo ritornare verso l'unità, globalizzare in qualche modo questo insieme di informazioni raccolte dall'analisi, e farne adesso la Sintesi . "Bisogna omogeneizzare l'eterogeneo" direbbe il Professore Lupasco. Per tornare al nostro esempio, il Bimbo "globalizzerà" tutto ciò che ha vissuto fin’ora e tutte le notizie che il suo potere di discriminazione gli avrà portato. Si proverà come un "Io" rispetto a sua Madre, alle sue emozioni, al suo ambiente naturale. La coscienza prova qui dunque una sensazione, un "Io" che si rissente.
Con la facoltà di "dare forma" la coscienza può fare a volontà ciò che la nostra psicanalisi chiama delle "proiezioni"; ma con questo potere di sentire, la coscienza può rigettare ora la sensazione che non gli è sopportabile. "Può respingere" oramai, "velare", e trattenere solamente il "Io" accettabile per lei.
- Se questo "Io" che si prova si rivela essere sufficientemente evoluto , sarà in grado di usare suo potere di Volizione. Tuttavia, affinché questa volizione possa funzionare, occorre prima di tutto che Forma, Discriminazione e Provato funzionino perfettamente; perché, se non è cosi, la volizione sarà solamente una serie di pulsioni inconscie sottomesse alle forze di attrazione e di repulsione.
- L'azione di questi cinque poteri ha modificato totalmente il livello di coscienza della partenza, che si conosce adesso differentemente e, di questo fatto, cercherà di ricominciare una nuova esperienza vissuta capace di far affiorare alla Coscienza nuovi contenuti inconsci. Ed il processo ricomincia.
Ora, al momento della morte, i buddisti stimano che questo "Io" o "Anima", composto dalle cinque facoltà o forze psichiche da cui abbiamo appena parlato, perde la sua coesione, così i cinque componenti si liberano dell'aggregato e si mettono ad agire in modo autonomo, come se esistevano fuori dalla coscienza del defunto. Tutto il compito del defunto consiste nel riconoscere che le apparizioni che spunteranno provengono in realtà dal "insieme" della sua propria coscienza. Appena lo riconosce, si libera dall'ascendente angoscioso delle sue facoltà che agiscono come delle entità fuori da lui. La Liberazione del Bardo, (dell'astrale o Samsara), - ed è là lo scopo del Bardo Thödol , è dunque riconoscere il carattere illusorio di tutte le apparizioni che possono presentarsi davanti a lui. Ma per riconoscerlo, gli occorre una certa densità di essere.
Come ciascuna di questi cinque poteri si presenterà al defunto dopo che la morte corporale avrà slogato l'aggregato del suo Io?
Sempre in due modi differenti. Le potenze, (chiamate nelle testo "divinità") appaiono l'una dopo l'altra, prima nel loro stato puro originario, perché in verità, "Prendere Forma e Ritirarsi della Forma, Discriminare, Provare, amare e Volere sono degli atti divini, o meglio dei "nomi" divini, o ancora "modi di Dio". Il loro irradiamento è così potente che spesso il defunto, troppo abbagliato, non può sopportare l'intensità del loro scoppio. Usa dunque della sua facoltà di "velare l'insopportabile" e - poiché tutto emana da lui - accanto all'abbagliante luce originaria spunterà una luce smorta, "inquinata", che seguirà perché sarà "alla sua misura". le cinque potenze dell'Io appariranno allora sotto la loro forma originaria nuda e splendente, ma anche, parallelamente, sotto una forma inquinata, smorta, ma che avrà il piacere di essere sopportabile.
In verità, ogni volta che il defunto "vela", subisce una "caduta", vale a dire un addensamento, un obscuramento dello spirito, ed si avvicina cosi ad una nuova incarnazione che, fra parentesi, può prodursi in sei ordini di vita diversi di cui uno solo è "umano". Secondo così i raggi che può sostenere, il defunto andrà spesso di caduta in caduta. Tuttavia, ad ogni stadio, i "uncini della Grazia" potranno venire ancora salvarlo, purché sappia aprirsi ad essi.
La lettura del Bardo Thödol ad un defunto permette a questo di analizzare la natura delle apparizioni che spunteranno davanti a lui e di riconoscere che non sono niente in sé, ma semplicemente delle emanazioni del suo proprio spirito. Da ciò che precede, si può concludere che la perdita di coesione costituisce la prima difficoltà nell'aldilà (1). Due rimedi sono proposti senza tregua al defunto durante la successione delle "cadute" che sperimenta. Il primo consiste nel concentrarsi sulla Divinità, luce, oggetto, essere, idea, eccetera... della sua scelta, e che avrà amato durante la sua esistenza terrestre. Importa poco del resto l'oggetto, poiché è l'atto stesso di concentrarsi che permette di evitare lo sparpagliamento delle cinque facoltà della coscienza.
Secondo la natura del defunto, o se si preferisce, secondo il suo Nome Divino - i buddisti direbbero secondo la sua famiglia spirituale annessa ad una delle cinque potenze - si concentrerà più facilmente sul modo di una dell'altra delle cinque potenze. Certi si concentreranno per esempio, più facilmente su una visualizzazione, cioè una forma creata internamente; altri préfèranno fissarsi su un oggetto che avranno selezionato e discriminato; altri ancora su una sensazione senza forma né attributi; ci sarà infine quelli di cui l'intenzione volitiva offrirà l'opportunità di un'eccellente concentrazione. Il Bardo Thödol insegna che ciascuno di questi modi permette di liberarsi del Samsara, o del Bardo.
Il secondo rimedio consiste nell'amare, nel riempirsi di compassione, ed aprirsi con fede assoluta "agli uncini della Grazia."
Che cosa significa liberarsi esattamente del Samsara?"
Letteralmente, Samsara significa "girare su sé stesso", "roteare", imperniarsi su un Io che si sarebbe separato dall'universo: Io qui e l'universo laggiù da qualche parte fuori, Io distinto del Tutto; e questo Io nutrito di desideri che saziano, che non mancheranno alla loro volta di crearne di nuovi, e così via in un movimento di corsa senza fine. Questo modo di fare si chiama esistere per opposizione ad essere; mantiene lo spirito in un movimento ciclico continuo come quello del serpente che freneticamente tende di acchiappare la sua coda.
Apparentemente, esistere nel turbine del Samsara, si oppone alla tranquilla ed immobile pienezza del Nirvana, che gli occidentali chiamano a torto: Nulla. Ma a dire il vero la realtà è tutt'altra. Samsara e Nirvana sono due fasi di un stesso movimento, come lo sono l'expir e l'inspir della respirazione. Il male di cui occorre ad ogni prezzo "liberarsi" è quello che consiste nel vivere solamente una sola di queste due fasi; vivere nel Samsara senza conoscere il Nirvana equivale a respirare solamente spirando. Ora quando al contrario si rimane attivo, (o non attivo), nell'in-sé del Nirvana, si può esprimersi a volontà nella creazione dei mondi del Samsara in modo coerente. Ma se non si ha le sue radici fissate nella tranquillità immobile del Nirvana, si troverà sballottato qui e là nei deliri incoerenti dei mondi del Samsara consegnati alle interminabili catene delle cause e degli effetti. Essere nel Nirvana, e poter a scelta rimanere o esprimersi liberamente nella creazione, tale è l'ideale. Il dramma di cui bisogna liberarsi è di esistere nella molteplicità della creazione senza essere in riposo nell'in-sié diversamente detto, vivere il Samsara senza il Nirvana. Finché ciò non sarà compreso, vivremo vita dopo vita; sogneremo delle innumerevoli esistenze, ma addormenti, senza mai Essere.
Non si può evitare di avvicinare questa necessaria simultaneità tra Essere ed Esistere, tra Nirvana e Samsara della parola di Gesù riportate nel vangelo del San Tomaso:
"Se vi si interroga: quale è il segno del vostro Padre che è in voi? Dite loro: è al tempo stesso un movimento ed un riposo". (Logion 50).
(1) questo è quel che il Libro dei Morti egiziani e l'apocalisse chiamano "la secondo morte", la prima essendo la morte corporale, la più facile da vivere.
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